di Elisa Gobbi Frattini

Dovremmo sempre toccare con mano i materiali grezzi di cui sono fatte le cose, per capirne i processi, il tempo impiegato, la passione di chi usa le mani per creare un qualcosa di straordinario.

Sono andata a visitare il sito Italian Stories per vivere la nostra prima esperienza all’interno di una bottega. Mi iscrivo al workshop “come nasce una scarpa”. Ed eccomi qui, ad Isola della Scala, in provincia Verona.

Mi accoglie Alberto e inizia a il suo racconto, dalle origini, da dove ha inizio tutto.

Artigiano da quando era piccolo, parte dal ricordo dei suoi parenti, del modo in cui i suoi hanno vissuto gli anni del boom economico, lavorando da terzisti, su commissione. Si lavorava in serie e loro, da giunteria e tomaificio si occupavano delle cuciture. Poi, attorno al 2003, la delocalizzazione riduce il lavoro, e quando i genitori vanno in pensione decidono di vendere la loro attività e liquidare. Tutta la loro vita.

Sai, l’orgoglio…è dura dire ‘Chiudo’. È difficile. A mio padre iniziavano a fargli le domande del tipo: “Giuseppe, ma è vero che chiudete?” E rispondeva “Certo, chiudiamo tutte le sere e poi il mattino riapriamo”.

Li devo ringraziare perché se oggi sono qui a fare il mio lavoro, è perché loro hanno saputo quando fermarsi. Poi, con la luce negli occhi, mi porta nel suo primo magazzino e continua. “Sono partito da qua undici anni fa con il customizzato (ndr. adattare un prodotto a ogni singolo cliente), personalizzando il prodotto. Avevo la macchina per tagliare il banchetto per incollare, e le macchine per cucire. Ero da solo sì, come adesso. Ma ho adottato un sistema che secondo me in Italia sarà il futuro; ho persone che mi aiutano da casa con i loro macchinari. Si gestiscono così il lavoro, la famiglia, le faccende. Allo tesso tempo so che quando ho bisogno loro sono disponibili”.

In fondo in fondo c’è una porta, ed un tavolo pieno di forme delle scarpe. Saranno 100 o chissà. Mi emoziono. Con le luci puntate solo su quel tavolo mi sembra di essere in un museo, o in una di quelle stanze dove ci fanno le pozioni magiche. La sensazione è che ci sia un segreto.

Alberto non si fa problemi, gli chiedo se posso fotografare e lui con tutta tranquillità mi risponde: “Certo”. Inizia poi a parlarmi di tentativi di promuoversi, di quando si è interessato agli influencer. “Mi sembrava di andare fuori dagli schemi, perché sono un artigiano e tale devo rimanere, quindi ho deciso di lasciare perdere, e sai che ho fatto? Da amante del territorio mi è venuta l’idea di diventare io stesso un influencer!” Sono andato io stesso io stesso dagli artigiani della zona con le mie scarpe, scattando foto, pubblicandole. Promuovendo così le mie creazioni.

“Le connessioni così come l’artigianalità sono assai importanti”.

Inizia infine a mostrarmi con precisione la scelta del pellame, le forme, gli strumenti e tutti i procedimenti per arrivare a creare una scarpa. Tocco con mano, mi perdo. Faccio un viaggio bellissimo dentro tutto questo. Quando arriva il momento di salutarci, do un ultimo sguardo tutto intorno.

Saluto Alberto, che con la sua luce negli occhi in due ore ha saputo mostrarmi quanto la passione, in primis, sia il motore. Il motore che fa funzionare ogni cosa.