Corpo androgino, viso scolpito, occhi di ghiaccio. Veruschka (nome di battesimo è Vera von Lehndorff, Veruschka è il nome d’arte) è per tutti la modella con la m maiuscola. Icona degli anni ’60 e ’70, scelta da Michelangelo Antonioni nell’indimenticato Blow Up (nel film aveva solo una battuta «I am in Paris», ma la sua danza sinuosa e sensuale davanti all’obiettivo fu decisiva).

Con un’infanzia per niente facile: nasce nel 1939, a Kaliningrad, città russa di frontiera, tra Polonia e Lituania, che prima della seconda guerra mondiale si chiamava Königsberg, Prussia orientale. Famiglia nobile, secondogenita del conte Heinrich von Lehndorff-Steinort e della contessa Gottliebe von Kalnein. Il padre, accusato di aver fatto parte del complotto per uccidere Hitler, viene impiccato nel settembre 1944, mentre la moglie, incinta della quarta figlia, è internata in un campo di lavoro. Veruschka e le sorelle sono separate dalla madre.

Sopravvissuta alla guerra, conia il suo slogan: «La vita è un sogno in cui devi inventarti di continuo». 

Erano gli anni in cui esplodeva il genere pop, Andy Warhol ne divenne il capostipite e Vera iniziò a muovere i primi passi nella moda. Studia tra Amburgo e Firenze, ed è proprio qui che nel 1959 viene scoperta e lanciata dal fotografo Ugo Mulas. E comincia tutto.

Gli abiti, le scarpe diventano per lei un feticcio. «Cambiare abiti e colori era sfilarsi di continuo pelle e identità».
Un successo che però non arriverà subito. I canoni estetici con cui si giudica il corpo di una donna stanno cambiando. Lo si vuole filiforme e l’attenzione si sposta dalla bocca agli occhi. Vera è una donna dalle misura extra: un metro e 83 centimetri d’altezza, niente forme, gambe lunghe, magrissima, interminabili capelli biondi, ma soprattutto quel numero così grande di piede.

Dirà poi che in adolescenza non riusciva ad accettare quel suo corpo così grande, sentendosi bruttissima: «A 14 anni ero già 1 metro e 80 e con i piedi enormi, portavo il 45. Scarpe da donna non ne trovavo mai». Impossibile portare scarpe femminili. Con un’operazione Vera decide di accorciarli: «Pensavo di essere brutta, strana, ridicola e troppo alta» racconta.
I suoi occhi glaciali e quel corpo spigoloso, lunghissimo, parlano di un dolore interiore, ma costituiscono anche una novità assoluta e diventeranno di lì a poco uno strumento d’arte inedito e originale.

«Io utilizzavo e utilizzo il mio corpo come uno strumento per fare arte. Non sono un oggetto su cui mettere un vestito: io ho sempre rifiutato il ruolo di appendiabito».
Subito dopo il suo esordio come modella, vennero Vogue Francia e Vogue America e la sua terribile direttrice Diana Vreeland. Siamo sui finire degli anni ’60.
Lei diviene l’oggetto perfetto, con quel suo corpo duttile e i suoi pensieri neri, e quella voglia così contemporanea di cancellarsi, trasformarsi, uscire da sé, volare, essere altro.

«Fu Dalí a insegnarmi una cosa molto importante per me, utilizzare il corpo come uno strumento d’arte».
Veruschka, la modella di un tempo in cui le ragazze da copertina erano singolari ed estreme, come Twiggy, come Penelope Tree, protagoniste e coinventrici delle visioni dei grandi fotografi, autentici artisti, che sono riusciti allora a sottrarre la moda alla sua mercificazione, per trasformarla in sogni e visioni.

«Avevo capito che se volevo emergere dalla massa delle modelle, dovevo rendermi indimenticabile quando mi presentavo, o durante un servizio fotografico. Volevo apparire come nessuno appariva».

Afferma Vera-Veruschka, oggi splendida ottantenne, dopo una vita difficile e meravigliosa.